Antonio Calonego

Su "che cosa è"

 

1. Esistenti e possibili.

Ciò che la coscienza comune assume come un dato di fatto - la concretezza così convincente e solida delle cose esistenti, nel cui ambito si inscrive il tormento e l'estasi della nostra vita quotidiana- alla coscienza filosofica appare invece come il risultato di processi più generali.

Nella stessa tangibile fisicità degli oggetti - nella stessa tangibile fisicità che so, per esempio, delle aule e dei banchi che arredano l'esperienza scolastica di uno studente, si rivela allora la impalpabile, ma decisiva, presenza di un'idea, di una certa idea di scuola, di una "scuola possibile", che come materializzandosi in quegli oggetti, in quei banchi, conferisce loro proprio l'aspetto sensibile che di fatto hanno, non un altro, e li dispone nello spazio dell'aula proprio nel modo in cui li troviamo effettivamente disposti; laddove una diversa concezione pedagogica renderebbe tutto questo diverso.

Fa parte del fascino che ha esercitato ed esercita la grande tradizione metafisica dell'Occidente la tesi che ogni esistenza non sia una semplice posizione, il mero esserci di qualcosa che ci rimane fondamentalmente oscuro, bensì il realizzarsi, sulla base di una "ragione reale" che ha attuato e guidato la trasformazione, di un "possibile" che ne spiega il senso ed è, almeno in linea di principio, perfettamente accessibile all'intelligenza.

Come un archeologo studia gli artefatti di una civiltà scomparsa alla ricerca della particolare visione della realtà in essi rintracciabile e la considera parte di un'intera trama di rapporti, del sistema di pensiero attraverso cui quella forma collettiva di vita guardava le cose; con un atteggiamento che si direbbe analogo, il filosofo ritrova l'ordine universale dei possibili nella ricca e vivente esperienza del mondo.

E siccome la catena della "ragioni reali" non può regredire all'infinito - perché questo renderebbe evanescente il senso dell'esistenza, che si vuol definire, disperdendolo in un gioco di rimandi che si inseguirebbero l'uno con l'altro senza mai trovare un punto fermo - se ne deduce che deve esservi un "possibile", più "grande" di tutti gli altri, il quale esiste per il solo fatto di essere possibile, senza che ci sia bisogno di un'ulteriore "ragione reale" che ne spieghi l'esistenza.

Se nella dispersa varietà di quanto ci circonda vi è un piano intelligente che in quella varietà si manifesta con la forza nascosta, perché celata alla coscienza comune, di un potere ordinante, allora si deve ammettere che vi è anche un' Intelligenza Universale che, essendo inoltre la "ragione reale" prima di tutte le cose, ne è, quindi. la suprema "causa", ossia: azione (perché nulla può esistere se non vi è azione: nihil existit nisi agit), che potendo spaziare con lo sguardo sull'immensa vastità di tutti i mondi possibili, decreta la realizzazione di uno di essi, selezionandolo sulla base di un criterio razionale.

E' probabile, come osserva il Mathieu, che queste teorie metafisiche si siano introdotte nella filosofia moderna attraverso gli Arabi, in conseguenza di vedute teologiche di origine biblica estranee all'antichità classica. I Greci, infatti, non pensavano che Dio dovesse badare al mondo nei suoi particolari. Per contro, il Dio biblico, e Allah in special modo, prevede, anzitutto un'infinità di catene di eventi possibili, e poi sceglie, tra tutte, la più opportuna per farla esistere come realtà di fatto.

La trasfigurazione filosofica di una problematica sostanzialmente legata al pensiero religioso, spiegherebbe allora la forte motivazione etico-escatologica con cui, all'interno delle varie filiazioni concettuali generatesi, nella cultura europea, a partire dal nucleo tematico originario, gli intellettuali hanno spesso giustificato il loro impegno a dominare la pluralità multiforme degli esseri, riconducendola nell'alveo ben ordinato di un Unico Piano della Ragione.

Se, come ritiene il Mathieu, il primo responsabile di questo slittamento teologico della filosofia moderna stesse nella tesi, anch'essa sconosciuta alla cultura greca, concernente il rapporto tra essenza e cose esistenti, per cui queste riprodurrebbero esattamente quella secondo una puntuale corrispondenza; allora cos'altro ci rimarrebbe se non la spoglia constatazione che l'esistenza non è che una posizione ?

Una pista diversa porta invece a cercare il vero soggetto di imputazione nel modo in cui questa stessa tesi viene interpretata; nella natura del legame che connette l'idea, teoricamente affinata e trasparente alla ragione, con la cosa esistente di cui dovrebbe rendere il senso.

La natura di questo legame assume una fisionomia più riconoscibile quando l'intero problema venga proiettato, senza alterarne gli aspetti che lo identificano, sul piano dell'analisi del linguaggio. Si tratta, qui, di ragionare sul fatto che un'espressione complessa, frutto di un'elaborazione intellettuale, si presenta come equivalente ad un termine già in uso ("numero", "linea", "lavoro", "profitto", "comportamento", "carattere" ecc.), appartenga esso al linguaggio comune o a un linguaggio specialistico, purché non introdotto precedentemente mediante definizione. Riesce davvero a catturarne il senso? Che cosa giustifica questa pretesa equivalenza?

Così, ad esempio, se prendiamo il termine "lavoro" nell'accezione che la teoria di Marx gli attribuisce, avremo che certe proposizioni, in cui esso ricorre, diventano vere, altre false, altre ancora ambigue ("il lavoro nobilita l'uomo") e quindi bisognose di un'opportuna riformulazione in modo da generare una mappa - frutto della riorganizzazione razionale dell'intero campo degli usi correnti del termine - in cui ogni singolo impiego della parola risulti ben determinato quanto al suo valore di verità.

Sennonché, mentre quando mi si dice: un oggetto solido è un oggetto robusto - che, volendo mettere in risalto la natura della relazione asserita dal verbo, possiamo scrivere: oggetto solido = oggetto robusto - io non ho difficoltà a riconoscere la fondatezza di quanto mi viene detto, dato che sia il termine a sinistra, sia il termine a destra del segno di uguaglianza appartengono entrambi al campo degli usi correnti del linguaggio; quando, invece, mi trovo di fronte a frasi del tipo: solido è uno stato di aggregazione della materia in cui l'intensità della coesione molecolare consente al corpo di conservare oltre al volume anche la propria forma, oppure: nella nostra società, il lavoro produttivo è il lavoro che aggiunge valore al capitale inizialmente investito (e non qualsiasi lavoro che crei valore di scambio, una merce) sulla base del tempo di lavoro che, in una data epoca, risulta socialmente necessario, un analogo riconoscimento può non essere né agevole, né privo di controversie. In questo secondo caso, infatti, il termine a sinistra e l'espressione a destra appartengono ad ambiti decisamente diversi: il campo degli usi correnti, il primo, lo spazio strutturato dell'elaborazione teorica, la seconda. Ed è qui, in questo ostinato rimanere separate di due cose che si vorrebbero uguagliare, che si inserisce il problema che stiamo discutendo.

2. Termini e definizioni.

Un esempio "classico", cui la letteratura sull'argomento fa costantemente ricorso, è l'esempio matematico della tesi di Church.

Una breve esposizione della storia di questa famosa "tesi" e un rapido ed essenziale richiamo ai più rilevanti concetti su cui essa poggia, ci consentirà di rendere più dettagliata la nostra osservazione e di aggiungere qualche ulteriore elemento di distinzione.

Definizioni rigorose come quelle che abbiamo posto a destra del segno di uguaglianza, nei casi sopra riportati, non sono semplici elucidazioni degli usi dei termini che ricorrono a sinistra.

Un'elucidazione è un elenco di tratti comuni o note caratteristiche appartenenti a quegli svariati usi, sinteticamente identificato da una formula o da un nome, che può essere coniato appositamente. E quantunque il nome così coniato non si ritrovi nel linguaggio corrente, esso, tuttavia, non cessa di mantenere, con il terreno intuitivo di ciò che ci è già familiare, un contatto ravvicinato e facilmente riconoscibile.

Così, ad esempio, il senso di disagio che il comune parlante può forse provare di fronte ad espressioni quali "algoritmo" o "funzione effettivamente calcolabile", si dissolve senza grandi difficoltà, quando si evidenzi il fatto che metodi del tipo di quelli di cui ci serviamo per addizionare o moltiplicare due numeri naturali qualsiasi - metodi che anche normalmente chiamiamo "meccanici" - posseggono tutti uno stesso carattere, il loro essere "meccanici", e che è appunto questo carattere che con quei termini si cerca di rendere esplicito.

Il concetto di algoritmo può essere addirittura appreso senza allontanarsi in modo significativo dal perimetro del linguaggio ordinario: un algoritmo è una procedura effettiva e completamente specificata elaborata per risolvere un'intera classe di problemi; ossia una procedura che non richiede ingegnosità nell'applicazione - essendo quest'ultima tutta predeterminata in anticipo- e non dipende da fattori empirici o casuali.

Il concetto di funzione effettivamente calcolabile richiede, certo, qualche complicazione in più; esso, però, poggia sulla nozione di algoritmo, così come l'abbiamo precedentemente delineata, ed è, perciò, destinato fatalmente ad ereditarne il carattere intuitivo: si chiama funzione effettivamente computabile un algoritmo che, applicato a numeri naturali, genera un numero naturale come suo valore.

Le complicazioni cui accennavamo entrano in gioco quando si mette mano alle nozioni di computabilità e di funzione, e si cerca di precisare che cosa queste nozioni debbano significare in questo contesto (che è, poi, quello su cui solitamente finisce per concentrarsi l'attenzione, dato che, in generale, gli oggetti a cui un algoritmo è applicato e gli oggetti che esso genera, possono tutti venir rappresentati da numeri naturali).

In primo luogo, la computabilità di cui si parla prescinde da considerazioni relative a limitazioni di spazio, di tempo e di risorse disponibili. Essa, cioè, non coincide né con quella che è la concreta capacità umana di calcolo, né con una computabilità che sia empiricamente eseguibile: una funzione può risultare computabile anche se le istruzioni necessarie possono richiedere più simboli di quanti atomi vi sono nell'universo; il valore di una funzione effettivamente computabile può richiedere, per la sua computazione, un tempo più lungo del tempo di tutta la storia, passata e futura, della razza umana.

In secondo luogo, una funzione è determinata non dal modo in cui è definita, bensì estensionalmente, ossia dalle coppie ordinate di numeri che costituiscono i suoi argomenti e i suoi valori*.

La storia della matematica e della logica (si pensi ad esempio alle tavole di verità) ha per lungo tempo trattato con determinati metodi il cui carattere algoritmico appariva immediatamente visibile, alla stregua di un fatto del tutto ovvio e tale, perciò, da non chiamare in causa la necessità di una dimostrazione. E fin quando matematici e logici non incominciarono a scontrarsi con problemi che sembravano non ammettere soluzioni di tipo algoritmico (come ad esempio: se un dato enunciato aritmetico sia derivabile dagli assiomi dell'aritmetica di Peano), non fu avvertita l'urgenza di un'approfondita indagine circa la nozione stessa di algoritmo.

Verso la metà degli anni Trenta furono elaborate diverse proposte di "spiegazione" relativamente al concetto di funzione effettivamente computabile, tutte pubblicate nello stesso anno, il 1936, da Alonzo Church, Emil Post e Alan Turing *.

Qui sotto, in nota *, presentiamo una descrizione di quelle che oggi chiamiamo macchine di Turing. Si tratta di "modelli" matematici, costruiti allo scopo di generare tutte e solo quelle funzioni che sono computabili, mediante i quali il logico inglese intendeva catturare l'essenza stessa della computabilità. Se conveniamo, come si fa di solito, di chiamare Turing-computabile una funzione, quando questa risulta computabile da una qualche macchina di Turing, possiamo allora formulare la tesi di Church.

Tesi di Church: una funzione è effettivamente computabile se e solo se è Turing-computabile *.

Seguendo la lettura che ne diede, fin dall'inizio, lo stesso Church, matematici e logici in gran parte convengono nel ritenere che la sostanza della tesi consiste nello stabilire un'equivalenza (estensionale) tra una nozione intuitiva e un concetto matematicamente preciso, e che, quindi, proprio a causa di questa sua specifica costituzionale, essa non possa essere altro che una congettura (una "tesi", appunto) decisamente non suscettibile di dimostrazione rigorosa *.

Ciononostante, le ragioni che militano a favore della tesi (che, come è noto, sta a fondamento di parti importanti dell'edificio della matematica e della logica) appaiono così convincenti da giustificare la sua accettazione oggigiorno quasi universale.

Intanto, è abbastanza facile vedere che almeno una parte della tesi è vera: ogni funzione Turing-computabile è effettivamente computabile; mentre per quanto riguarda l'altra parte (che ogni funzione effettivamente computabile è anche Turing-computabile) valgono le conferme ottenute nel grandissimo numero di casi in cui è stata messa alla prova.

C'è poi il fatto che le diverse teorie proposte, intorno alla nozione di funzione effettivamente computabile, hanno tutte dimostrato di essere equivalenti tra loro E benché questo fatto non sia in sé conclusivo (tutte le nozioni equivalenti potrebbero benissimo pensarsi come definire un concetto sì in relazione con quello di computabilità effettiva, ma non identico ad esso) i matematici sembrano comunque concordi nel giudicarlo una testimonianza attendibile a sostegno dell'idea che tutte quelle teorie equivalenti sono davvero in grado di cogliere la sottostante nozione intuitiva.

Ma una situazione di questo tipo - con cui la cultura scientifica mostra di essere in grado di convivere in modo costruttivo e senza tensioni destabilizzanti - appare invece intollerabile alla sensibilità filosofica. Le semplici ragioni di una "testimonianza attendibile" le sembrano palesemente inidonee a metterci al sicuro dall'eventualità che l'incontro, tra nozione intuitiva e definizione rigorosa, possa rivelarsi casuale e, anzi, in fondo, mantengono e confermano l'esistenza, tra l'una e l'altra, di un divario, di uno scarto, che ai suoi occhi assume subito l'aspetto angoscioso di un insostenibile vulnus metafisico.

E' il bisogno di azzerare lo scarto, di curare ciò che viene percepito come una ferita, che, mentre genera strategie complesse e raffinate (all'interno delle quali, si badi, molto autentico pensiero scientifico è stato storicamente prodotto), è in realtà il vero responsabile di quella malattia filosofica dell'epoca moderna che consiste nella trasfigurazione concettuale di un contenuto sostanzialmente teologico.

Quello che va imputato alla ragione, in altri termini, non è la presunta ostinazione con cui questa si rifiuterebbe di ammettere l'esistenza di un' alterità irriducibile alle sue concrete possibilità di penetrazione - ambiguo appello ad una sorta di autoriduzione preventiva, che, con la forza oscura di un funereo memento mori, vorrebbe spingerci ad accettare un radicale indebolimento delle sue potenzialità critiche ed investigative (se la ragione è solo una fiaccola nelle tenebre, come volevano gli Illuministi, fa parte del suo gioco percepire le tenebre stesse come una sfida irrinunciabile).Quello che va imputato alla ragione filosofica è piuttosto l' illusoria pretesa che le fa pensare di poter assegnare alle sue "tesi" un credito più solido di quello che spetta alle semplici risultanze di un processo prevalentemente indiziario.

Fare teoria significa, in definitiva, produrre un nuovo oggetto che si sovrappone all'esistente. Anche quando (come nel carnapiano concetto di "esplicazione") il termine definito, apertamente coincide, in alcuni punti, con l'esistente (in quanto, in tutti i casi in cui si sa che l'originale nozione intuitiva sicuramente si applica o non si applica, esso genera lo stesso risultato), vale evidentemente la stessa conclusione, visto che il termine definito estende il suo rigoroso potere ben oltre la nozione originale, in tutti quei casi in cui quest'ultima non è determinata *. Irrigidendo usi che nell'accezione corrente non sono esattamente fissati, un'esplicazione conferma l'esistenza di un irrimediabile scostamento tra il piano organizzato dell'attività razionale e quello più fluido dell'esperienza sottostante.

3. Dati e "risultati".

C'è da chiedersi, a questo punto, alla luce delle considerazioni fin qui condotte, che cosa rimanga della concezione filosofica richiamata all'inizio, di quella tensione creativa tra "dato" e "risultato" che, rovesciando l'uno nell'altro, toglie all'oggetto l'estraneità con cui questo, così pesantemente, condiziona la vita della coscienza, rivelandone l'intima costituzione, la sua natura di "prodotto del pensiero".

Si tratta di vedere quale sia l'obiettivo della intenzione polemica che in quella concezione si manifesta e quale la sostanza della sua proposta, una volta che sia stata riportata dal cielo delle speculazioni teologiche alla dimensione più prosaica delle faccende terrene.

Il suo significato si rivela allora consistere nel rifiuto di qualsiasi metafisica dei fatti, a tipologia positivista; nel suo essere essenzialmente una presa di posizione programmatica diretta contro il dogma empiristico che pretenderebbe di poter sempre distinguere, in ogni singola proposizione, l'aspetto linguistico separandolo da quello fattuale.

Come è noto, le difficoltà e i limiti di una simile visione delle cose sono stati discussi e contestati nell'ambito della stessa cultura empirista (che sarebbe, perciò, sbagliato identificare in tutto e per tutto con quei limiti e quella visione delle cose).

Le critiche che Quine ha diretto contro questo dogma (unitamente a quello, strettamente connesso, secondo il quale tutte le proposizioni sarebbero o analitiche o sintetiche) *, come pure la storia del Neopositivismo logico, mostrano chiaramente quanto vulnerabili siano queste tesi e quanto poco esse riescano a render conto della realtà del sapere.

La fede in un'esperienza capace di decidere dall'esterno della verità di una proposizione e l'idea che un'Auctoritas extralinguistica possa dirimere la contesa tra teorie distribuendo certificazioni di attendibilità empirica, viene colpita nelle sue argomentazioni fondamentali e lasciata senza una base razionale.

L'espressione "lo stato attuale delle cose esistenti", che l'empirista "classico" sembra trattare come se fosse un nome proprio per indicare tale Auctoritas, è in realtà solo una formula generale cui corrispondono contenuti differenti in relazione ai differenti "ambienti linguistici" di riferimento.

Ogniqualvolta, muovendoci nell'ambito di uno specifico "ambiente linguistico", diciamo che "vi è" qualcosa - o costruiamo discorsi i quali implichino o diano per scontato che "vi è" qualcosa -, questo "vi è" dipende in larga misura dal linguaggio che impieghiamo, ne è un "risultato", per dirla nei termini della concezione filosofica richiamata sopra (o meglio, per dirla nei termini di una sua prima possibile reinterpretazione), e, perciò, non rimanda ad un "dato" assoluto, come vorrebbe l'empirista "classico" (non è semplicemente un modo neutrale di registrarne o identificarne la presenza).

Con "ambiente linguistico" intendiamo, qui, un linguaggio storicamente dato, con usi e strutture sedimentatisi nel tempo, nel quale i termini e le loro combinazioni significative, o, per lo meno, i termini base e le loro combinazioni di base, ricorrono per lo più in modo informale e non rigorosamente definito.

In questo senso, il linguaggio di una scienza (ad es., il linguaggio della matematica che, come abbiamo visto, impiega termini quali "algoritmo", "funzione effettivamente calcolabile" ecc.) può costituire un "ambiente linguistico", non meno che il linguaggio comune.

Una prima conseguenza, cui questa nozione di "ambiente linguistico" mette capo, è che la stessa espressione che, inserita in un certo "ambiente linguistico", gode di un uso primario, inserita in un altro e diverso "ambiente linguistico" può acquistare un uso secondario.

Per es., l'alzarsi del Sole alto nel cielo, che nelle circostanze del linguaggio comune si presenta nelle forme di un fatto semplice, costante, adeguato alla nostra ordinaria realtà, ben radicato nell'esperienza, muta completamente quando si passi alla visione che di tutto questo ci fornisce l'astronomia, nella quale quell' alzarsi del Sole è, invece, spiegato, e quindi derivato, a partire da una differente rappresentazione del Sole, della Terra e delle loro relazioni.

Una seconda conseguenza sta nella distinzione, che essa ci costringe ad introdurre, tra "ambiente linguistico" e "contesto teorico".

Per esempio, nell' "ambiente linguistico" della matematica cosiddetta "classica", la nozione di "insieme" è usata in modo intuitivo; nel contesto della teoria Z-F, questa stessa nozione è, invece, definita formalmente.

Tutto il problema che abbiamo cercato di affrontare nella prima parte di questo scritto appartiene alla sfera di questioni generate da questa distinzione tra "ambiente linguistico" e "contesto teorico".

Non appena, muovendoci all'interno di un certo "ambiente linguistico" (che, come sappiamo, condiziona in modo essenziale le nostre risposte alla domanda "che cosa c'è ?" , per quanto "naturali" queste risposte possano apparirci), ci interroghiamo su che cosa è ciò che diciamo esserci e, quindi, formuliamo una qualche espressione complessa e le attribuiamo la capacità di descrivere l'oggetto su cui stiamo concentrando la nostra attenzione (sia esso un termine già in uso, lo stesso "ambiente linguistico" nel suo complesso o i rapporti che possono legare tra loro i diversi "ambienti linguistici"), noi entriamo nella dimensione circoscritta della produzione teorica.

Quantunque, molto in generale, sia vero che l'oggetto, identificato e metabolizzato dall'attività intellettuale, si rivela ed esprime pienamente se stesso solo "nel pensiero", in concreto, esso si rivela ed esprime pienamente se stesso solo "in un determinato pensiero".

Di fronte ad "un determinato pensiero", proprio in virtù di questa sua determinatezza, non si vede come non potrebbe non porsi qualcosa che deve pure essere un "dato" a lui esterno ("esterno", cioè, non in relazione a quel particolare ambiente linguistico, ma certo in relazione a quel particolare contesto teorico che il dato vorrebbe assimilare, costringendolo ad aprirsi e a dichiarare il suo segreto "che cos'è").

Insomma, "che cosa c'è" dipende dall'ambiente linguistico; "che cosa è" dipende da un contesto teorico immerso, per così dire, in quell'ambiente linguistico.

Se chiamiamo "fatto" ciò che, essendo "interno" ad un certo ambiente linguistico, è quivi, intersoggettivamente, considerato tale, allora un fatto sarà sempre qualcosa di "esterno" rispetto ad una determinata teoria, sia in quanto è ciò con cui la teoria deve fare i conti, sia in quanto è ciò che la teoria presuppone.

Per es., nell'Introduzione al Per la critica dell'economia politica, Marx insiste sulla necessità di non confondere il termine "lavoro" (intendendo il lavoro in generale, il "lavoro sans phrase", ossia il lavoro considerato come mezzo per creare la ricchezza), nel suo uso teorico, con il termine "lavoro" nel suo uso corrente.

Nel suo uso corrente, al singolare, esso indica la circostanza che, nella moderna società borghese, gli individui possono facilmente passare da un lavoro ad un altro, al punto che il genere determinato del lavoro risulta ai loro occhi fortuito e quindi indifferente.

Concentrando l'attenzione sull'uso corrente del termine, quando questo è già emerso nel linguaggio, il sapere umano, nella sua attitudine teorica, elabora intorno ad esso proposizioni, nell'intento di coglierne le condizioni che lo caratterizzano, nonché il modo e la proporzione in cui queste condizioni si combinano tra di loro e lo definiscono.

Che cosa sia il lavoro, riguarda questo secondo piano del discorso, cui, perciò, appartengono sia le teorie in cui esso appare nella specie di una "categoria semplice", come avviene nella descrizione che l'economia propone della società, sia la teoria di Marx, nella quale la nozione di "lavoro" è ritenuta, invece, passibile di ulteriore analisi.

Il lavoro è, pertanto, un fatto nel senso prima ricordato.

Diversamente, la distinzione tra "lavoro" e "forza lavoro" o il carattere reificato dell'economia nel mondo borghese, non sarebbero fatti nel senso prima ricordato, in quanto entrambe le cose non hanno esistenza al di fuori degli assunti che costituiscono il quadro di riferimento del pensiero di Marx.